Chiesa di Sant’Antonio Abate

Chiesa di Sant’Antonio Abate

Siamo agli inizi del ’300: il Friuli è dilaniato dalle lotte tra i feudatari locali, che riflettono la contesa per la supremazia tra il Patriarcato di Aquileia e l’impero Tedesco. L’instabilità politica è bilanciata da una florida situazione economica: la felice posizione centrale di San Daniele ne fa un privilegiato punto di sosta per pellegrini e mercanti. Culturalmente, la cittadina è vivace e vanta la presenza di una Scuola pubblica, di un maestro di Musica e di uno di Cappella, di un medico, di un farmacista e di un chirurgo. 

Al lato sinistro della Chiesa esisteva da tempo il Pio Ospedale di Sant’Antonio, in cui trovano rifugio e ristoro i pellegrini diretti a Roma o in Terrasanta. (Nel 1378 l’ospizio verrà sistemato in un edificio che occupa l’area di via Garibaldi, su cui ora sorge l’ex Municipio). Si tratta di una chiesa sorta sul sito in cui, già sicuramente almeno dall’anno 1000, v’era l’edificio di culto della Confraternita di S. Antonio abate, la cui devozione era molto diffusa. A quel tempo non esiste ancora né il Duomo, né l’edificio comunale in cui ha ora sede la Biblioteca Guarneriana. Esiste invece la Chiesa della Fratta, già completata nel 1306, e la ben più antica chiesa di San Daniele in Castello. In questo periodo fiorisce in Friuli la stagione del gotico, in una declinazione semplice che richiama lo stile romanico, semplicità che si scorge in pieno nella chiesa di S. Antonio.

L’anno della consacrazione della chiesa, più piccola dell’attuale e priva della facciata monumentale, è il 1308. Nel 1441, la Confraternita rifiuta il consiglio del Patriarca di demolirla (era stata danneggiata dal rovinoso terremoto del 1348), e invece decide di allungarla e di ultimarne la facciata con un rosone in pietra e un portale. Su questo si sarebbero realizzate successivamente le tre statue che ancor ora vi si vedono: S. Giovanni Battista fra i due S. Antonio, ossia S. Antonio abate a destra e S. Antonio da Padova a sinistra. Si arriva quindi al 1470, anno in cui la chiesa viene di nuovo consacrata, mentre non si sa nulla degli architetti, sicuramente vicini al gusto veneziano. Le vicende della chiesa di S. Antonio si legano fortemente a quelle della chiesa della Fratta. In origine, tutte e due erano sormontate da un campanile a vela di forma bifora, ora rimasto solo in quest’ultima, mentre quello che coronava la chiesa di S. Antonio durerà solamente fino al 1820.

La circostanza che rende questo edificio unico e importante nel panorama artistico della regione e dell’Italia, è però la sua ricca decorazione, che va dalle sculture e dal rosone della facciata agli affreschi dell’interno, definiti come il più bel ciclo che il Friuli conservi. È per la loro presenza che nata la definizione popolare della chiesa come “Cappella Sistina del Friuli”. Nel corso dei secoli XIV e XV vige in Friuli l’usanza di dipingere completamente le pareti interne delle Chiese, con intenti didattici e didascalici nei confronti dei fedeli. Si parla della “Bibbia dei poveri“, cioè di immagini illustrative di episodi della storia sacra ad uso di chi non era in grado di leggerli. Sono presenti le figure degli evangelisti, dei profeti e dei santi, seguiti dai martiri e dalle sibille. All’esterno della parete absidale prende posto l’Annunciazione della Vergine e la nascita di Cristo, seguiti da scene evangeliche. Di questa prima decorazione pittorica, che in S. Antonio viene realizzata probabilmente nel 1370 e completata nel 1405, rimane una buona parte sulla parete di sinistra; si vedono infatti varie tracce di sovrapposizione di alcuni affreschi su altri, che le intemperie avevano rovinato. Si arriva al 1497, l’anno in cui Martino da Udine, che noi conosciamo come Pellegrino da San Daniele, dà inizio alla sua opera di affreschi. La prima parte di essi, comprendenti le volte dell’abside e l’interno dell’arco, sono stati completati nel 1498. Lo scrive il pittore stesso, che appone la sua firma presso la figura di un santo: “Pellegrinus pinxit, 1498”. In quell’anno avviene una brusca interruzione del lavoro, forse perché l’artista si spaventa per la minaccia di un’imminente invasione turca. In una delibera del 26 luglio 1513, la Confraternita, che nel frattempo ha onorato – pena la scomunica! – il debito contratto con il pittore per le opere eseguite, rinnova il suo incarico. I lavori sono imponenti: l’intera parete di fondo e l’abside, in cui si sviluppa la grande scena della Crocefissione, risultano riempite di figure. Il completamento dell’opera avviene nel 1522, data in cui la Chiesa si presenta finalmente nello splendore odierno.

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